Sperando che la dinastia continui. Benvenuto Bourdais

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“C’era una volta.. “. Potrebbe essere l’inizio di un racconto epico o di una fiaba. E in effetti di entrambi si tratta. Epico perchè sembrano passati ,ormai secoli, da quando le formule d’ oltreoceano e la F1 si scambiavano a vicenda i piloti, e questo interscambio serviva a creare , alimentare ed accrescere leggende viventi, come Mario Andretti, o come Eddie Cheever. Epico perchè Jacques Villeneuve ha dimostrato che il nome del padre non poteva essere onorato meglio di quanto egli abbia fatto nell’arco della sua carriera. Una carriera con alti e bassi, di cui si tendono maggiormente a ricordare, gli anni bui di una Bar che non voleva decollare, anni in cui il suo talento si era offuscato a tal punto, che i suoi estimatori si erano ,presto, trasformati in detrattori. Cosi’ non va. Perdere l’occasione di restare al top, al vertice, per una mera questione di soldi e ricchezza materiale. Forse. Jacques non è degno di indossare il casco che appartenne al padre Gilles. Non è degno di guidare la rossa numero “27”.

Non è in grado ,neanche, di accettare la sfida che ,probabilmente, lo stesso piccolo canadese di Bethierville, lanciato dalla Mclaren di Coppuck, e dall’intuito del “Drake”, aveva lui stesso, intenzione di intraprendere, perlomeno a fine carriera.E chissà forse, se le condizioni si fossero rivelate propense, già a partire dalla stagione successiva al “grande strappo”.Questi ed altri , i pensieri non poco edificanti rivolti in suo “onore”. Semplicemente, perchè agli occhi dei più, non ha vinto quello che il padre conquistò. Qualcosa che non si guadagna sulle piste, ma nei ricordi ed affetti della gente comune. In una parola, nel cuore delle persone.

E la sua bacheca, è di tutto rispetto. Non solo il campionato della “massima” formula, se cosi’ la vogliamo chiamare, come piace a chi vuole pensare con mentalità eurocentrica, conquistato con le unghie, nonostante una super Williams, ma soprattutto con la freddezza, di un carattere personale che rigido e glaciale non è. L’errore e i nervi saltati, furono nell’occasione, e sembra ieri, attribuibili a chi invece, ha fatto delle qualità opposte i suoi punti di forza negli anni a venire.

Una Indy 500, la corsa più antica e prestigiosa del mondo, snobbata dai più oggi, appannaggio della sola IRL. Ma non per volontà di Tony Georgem patron della serie americana, ma degli sponsors e dalla politica della FIA. Perchè i veri piloti , una volta, correvano sempre e dovunque. Ed ora si limitano ai campionati rispettivi di appartenenza.

Correva l’anno 1995, e Jacques, oltre all’estemporanea presenza nell’ovale della Indiana, trionfa anche nel penultimo anno della “Indycar”, o come è più conosciuto dopo la scissione del 1996, “Formula Cart”.

One shot, one win. E’ la stessa filosofia di pensiero portata avanti da un certo Pablo Juan Montoya, uno che si ritrova oggi come oggi a correre anch’egli negli ovali. Di nuovo, direte, ma in un modo differente. E chi glielo ha insegnato è un certo Zanardi. Non l’ultimo arrivato. Con Chip Ganassi due stagioni, un campionato da rookie e pochi rimpianti. Perchè l’anno dopo, il 2001, era arrivato il momento del passo decisivo. Quello che ti fa conoscere, ed eventualmente apprezzare non solo da parte della casta degli “eletti”, quella degli appassionati delle corse, ma ti schiude le porte di questa “torre d’avorio”. Dandoti dà la possibilità di farti conoscere ai più, ai tifosi di medio livello, quelli a cui non necessariamente si richiede di ampliare il proprio raggio di veduta, oltre le più che elementari conoscenze di Formula Uno. Quelle che ti propinano i mass-media, quelle a cui ti attieni senza porre un minimo di ragion critica, quelle che accetti senza controribattere.

Perchè un Baumgartner che corre in Formula Indy, cosi’ come generalmente la si chiama , denotando abbastanza approssimazione, è sicuramente un oggetto misterioso. Perchè la differenza tra Champ Car e IRL, non è una sfumatura qualsiasi, è una radicale antitetica prospettiva di veduta. C’è tutta una filosofia di pensiero alla base dei due campionati contendenti.

Perchè se Baumgartner corre in F1, tutti lo conoscono. Almeno in Europa.E finchè ci corre.

E destinato alla gloria lo era il colombiano Montoya, al quale , però ,si rimprovera una mancanza di zelo e disciplina. Estroso, controverso, che piaccia o meno, di eterno resteranno solo gli strali polemici verso un tedesco di Kerpen, che ha vinto tutto, con e senza avversari. Frecciate al veleno ,destinate ad iniziare ancor prima di metter piede su una vettura di F1, apprestatagli da Williams per la precisione, come qualche anno prima Jacques. Destinate a proseguire per anni.

E agli occhi di chi lo ha visto in competizione in queste recenti stagioni,agli inizi del decennio, quando la F1 sembrava saporifera, era un piacere vedere come gli acuti di una gara potessero provenire da una sua manovra. Giusta o sbagliata che fosse, precisa o scandalosamente azzardata, agitava comunque l’animo delle folle. Dentro o fuori. Interlagos 2001 o Indianapolis 2006.

Di fiaba si tratta, perchè ci sarà un predestinato in griglia nel 2008. Un tal francese, anzi francesino e “professorino”, che spesso e volentieri è stato snobbato dal circus europeo che conta. La sua parabola è lunga e tormentata, fino a quando è sbocciato il suo talento e si è affermato come un campione, di quelli con la “C” maiuscola, ed è entrato nella storia delle competizioni.Senza mai disputare una gara in F1.Come han fatto AJ Foyt o Rick Mears. La sventura , perchè di questo si tratta, di entrare a far parte della schiera piloti di uno storico team di f1 non lo ha scalfito soltanto nell’orgoglio. Lo ha demoralizzato . Lo ha buttato giù dal piedistallo di una fama ancora non arrivata.Un terremoto. Come le tragedie dell’antica Grecia, che presentano situazioni rassicuranti all ‘inizio della storia, e poi divengono tormentate e convulse. E il volgere del declinio della Arrows non si è sottratto ad un fato simile. Sarebbe più giusto parlare allora di commedia, se proprio vogliamo continuare la metafora. Non rientrando nei piani di Tom Walkinshaw , la cui storia in F1 ,si apprestava ad un lento e inesorabile tramonto ( si ricorda negli annali delle statistiche anche un tentativo di risorgere con una “Fenice” dalle ceneri della Arrows, il team Phoenix appunto), la carriera di Sebastian sembrava arrestatasi ed essersi impantanata in un punto morto. Correva l’anno 2002. Non vorremmo andare a cercare similitudini come il pelo nell’uovo, ma questa ci sembra una coincidenza non forzata, ma voluta quasi dal destino. L’allora presente delle formule d’ oltreoceano era in balia di un evento più unico che raro. Qualcosa che avrebbe sconvolto il volto delle formule americane , da quel momento in poi. Nel 1984 ci fu una emigrazione dal campionato USAC, alla neonata CART, nel 2003 avviene il contrario. Teams storici, come Penske, Andretti Green Racing, seguono la via dei soldi e degli “ovali”, lo stesso dicasi per piloti di un certo calibro. La Cart, d’ora in poi Champ Car, vive un momento di sconforto senza eguali nella sua storia. Paragonabile , se possiamo rendere l’idea, alla situazione di sir Frank Williams a fine 2005, con il quasi tracollo della scuderia anglosassone. Paragonabile al momento dell’addio ,da parte del mondo intero, ad Ayrton Senna.

Sebastian diviene ben presto l’ “homo novus” di questa competizione a ruote scoperte. Completamente ignorato in Europa. E quattro titoli mondiali di seguito sono il suo biglietto da visita per il mondo gestito da Ecclestone. Dopo il secondo titolo CCWS, disse di non pensare alla F1. E la F1 infatti era lungi dal pensare a lui. Dopo il terzo alloro, avanzò timidamente la proposta di offrirsi a ritornare, e che forse poteva provare una Honda. Poi arrivò un test dimostrativo con la Toro Rosso. Nulla di che.Non per la prestazione, ma perchè giammai avrebbe lasciato a metà il suo momento di gloria, che stava vivendo a pieno. Andarsene per fare il figurante come tester o per correre in ultima fila nelle retrovie? No di certo. Sembrava proprio essere arrivata la parola “fine” al suo tormentato rapporto con la F1. Liuzzi e Speed , vengono nominati titolari per il 2007 , appena prima di Melbourne. Bourdais già prima di questa data, aveva fatto sapere di considerare ,ormai tramontate del tutto, le sue prospettive di competizione al di fuori dell’America. Perchè in America aveva trovato il successo, perchè il successo della Champ Car era dovuto a lui in gran parte. E il pubblico lo osannava, e l’affetto era ricambiato. Motivo? La diversità. Il rapporto tifosi-piloti. La mentalità delle corse americane. L’approccio prima, durante, e dopo la corsa. In una parola, utopia per la F1.

Villeneuve, Montoya, Bourdais, non dimenticando poi lo sfortunato Da Matta, a cui siamo rimasti stretti nel momento della sofferenza, pregando prima per prima la sopravvivenza e poi augurandogli una pronta guarigione. Non resta che sognare di rivedere presto all’opera anche lui. Tutti campioni, che ormai raramente compiono il passo decisivo verso l’Europa. Hanno fortune diversificate. Non si pretende che vincano a man basse anche in F1. A dispetto dei molti ex-F1 che han trovato negli ultimi anni alterne fortune in America. E un prossimo “nostro” rimpianto potrebbe rivelarsi il defenestrato Justin Wilson. Certo,chi se lo ricorda più?

MN

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