N°5:”Spirit of America”

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“Spirit of America” non è soltanto il nome di quei siluri terra a terra ideati dalla geniale mente di Craig Bleedlove per infrangere il record di velocità su terra, ma è ben altro. Tre parole, a contenere un significato che lega indissolubilmente l’identità nazionalista e patriottica di uno stato, diverso, ma allo stesso modo così pieno, esuberante di quella mentalità progressista forse accantonata troppo presto dagli europei. Lo spirito americano è tutt’altra cosa; sono anni che lo diciamo e tutte le volte, davanti alla capacità di promozione di un evento come la Daytona 500 o una Indy 500, rimaniamo folgorati da questa realtà lontana, sicuramente non copiabile perchè non intrinseca nel nostro essere, ma comunque idealizzabile. Basterebbe un piccolo sforzo, almeno un tentativo, per fare di un evento storico come Montecarlo o Monza un “race day”, fin dal mattino presto, contenente tutta l’enfasi necessaria a creare rituali capaci di dare quella spiritualità che manca a all’Europa dei motori, ormai laica in ogni sua attività. Alcuni le chiamano “americanate”, disprezzando quei riti, più per invidia che per orgoglio virile di un popolo latino, ben distante dalla glorificazione e dall’ultra materiale, legato alla ragione, con tutta la sua formalità e serietà. Basterebbe un niente, per rivendere un evento come qualcosa di unico ed eccezionale, e per assurdo, ogni volta, questo fatto passa lontano dalla mente di chi applica il business ad ogni settore del Motorsport europeo, dal cappellino venduto alla bancarella fuori all’autodromo allo spazio per i cartelloni pubblicitari lungo il circuito.

Domenica scorsa abbiamo visto una Daytona 500 bella come il sole che splendeva sulla Florida, la cinquantesima edizione, un niente in confronto alle classicissime d’oltre oceano. La storia di solo cinquant’anni è niente in confronto a quella delle nostre centenario gare, eppure questi yankee sanno rivendere mezzo secolo come se si trattasse di una pietra miliare. Non stupitevi tanto però, perchè dobbiamo ricordarci un semplice dato storico. Nel ‘400 la civiltà europea era già stata in grado di consegnare agli archivi migliaia di anni, con tutte le sue personalità illustri, mentre dall’altra parte dell’oceano si viveva ancora nelle palafitte. Lo diciamo senza fronzoli e malizia, non condividendo il cosiddetto aspetto razziale, ma per dar ancora più risalto al fatto che quando negli anni ’20 un frigorifero dalle nostre parti era un oggetto riservato a pochi, in America era già una cosa per tutti. Un popolo non recupera un gap così grande per caso, su questo possiamo starne certi. Chiamiamoli fortunati, ma la fortuna è cosa per matti. Sosteniamo pure la tesi che il fatto di essere distanti da guerre e carestie, capaci di dilaniare l’ultimo secolo europeo sia stato un vantaggio per chi, staccato dalla paura, ha potuto progredire, bruciando le tappe del regolare progresso di una civiltà. Credete a queste tesi, ma io non ci sto. Trovo che il progresso sia insito nella mentalità di un popolo, non a caso- giusto per ritornare nei campi che ci competono- Stock Car e Formula USAC sono nate senza l’appoggio di “mamma FIA”, in un ambiente tutto solo, guadagnandosi il seguito di una nazione e mantenendo un primato sui propri sudditi fino ad oggi. Probabilmente nessun altro stato o continente, perchè gli stati Uniti sono un continente, non una semplice nazione, avrebbe mai retto uno scontro così potente. Europa e America, una lotta per il primato degli appassionati, prima di una dolce convivenza, perchè tanto non vale la pena scontrarsi, ci sono abbastanza telespettatori e appassionati per ognuno, non c’è tempo per combattere inutili lotte di potere. Soltanto qualche piccolo tentativo di conquista e poco più, con una Formula 1 a far presenza in un Indianapolis alquanto indifferente allo spettacolo o una compassata dell’IndyCar al Lausitzring, in una gara più famosa per aver portato via le gambe al nostro Alessandro Zanardi che per il nome del vincitore. Ci ha riprovato la Champ Car lo scorso anno, tra Assen e Zolder, ci ritenterà quest’anno, basandosi su risultati buoni, ma non ottimi. Diciamo che è stato una specie di “pareggio dei conti” con i vari Ecclestone e Mosley, invasori dell’Indiana negli ultimi sette anni. I numeri grossi mancano ancora, complice anche quel maledetto fuso orario che, nella sua poco rilevante giustificazione, diventa una grossa problematica per i tanti appassionati sulla sponda orientale dell’oceano.

Va bene, non combattiamoci, facciamo l’amore e non facciamo la guerra, come direbbe Maharishi Mahesh Yogi, il santone dei santoni, il guru dei guru, almeno per la cultura hippy, ma fino a quando questa tregua durerà? Lo sa l’Europa. Lo sa l’America. A volte combattersi non serve, meglio starsene nel proprio cantone- uso questa parola non per caso, sottolineando la tipica neutralità svizzera- senza rompere le scatole al nemico, un pò come accade negli accordi tra gentleman. Però- a tutto c’è un però-, da europeo non ne sarei così sicuro. La Nascar attira, il nuovo matrimonio fra IndyCar e CCWS ancora di più. La capacità di rivendere i propri prodotti con quelle “americanate” fa paura, quei semplici rituali capaci di far vivere al telespetatore “nirvanistici” picchi di godimento sta contagiando pure noi europei, distanti solo per una questione di spazio, che comunque televisioni e internet hanno pensato bene di annullare. Basta poco, ma non possiamo copiarli. Accidenti, è arrivato il momento di spiegarvelo, mi sono prolungato fin troppo. Ebbene, la risposta risiede proprio nell’ultima Daytona 500, un evento che capita spesso ma mi piace sottolinearlo: le corse americane sono lo specchio della società a stelle e strisce, rispecchiano il cosiddetto “safe made man”, il sogno americano di chi parte dal nulla e fino alla fine ha la possibilità di arrivare in alto. Guardate la gara di domenica scorsa, guardate Kurt Busch, partito dall’ultima posizione, diventato primo a metà corsa, costretto ad una pazza escursione sull’erba a una velocità folle, ma alla fine, all’ultimo giro, ancora lì nella mischia a giocarsi la sfida con Newman, arrivando- ahimè- secondo, giusto per non far finire la registrazione della gara direttamente da Daytona Beach ad Hollywood, pronta e servita per la distribuzione nelle sale cinematografiche, senza il bisogno di effetti speciali e quant’altro. Macchè, non parliamo di eventi casuali, fatti su misura per diventare film o romanzi, le corse americane sono queste e lo sono sin dalla loro nascita. Può darsi che vadano contro il concetto stesso del “vince il migliore”, ma piacciono all’appassionato, costretto a seguirsi 200 “giri in tondo” per sapere il finale di una gara, senza spegnere la TV o abbandonarsi alle braccia di Morfeo- pioggia permettendo- dopo la prima curva di un gran premio. Non vi ho svelato un segreto millenario. Non sono ne’ filosofo ne’ poeta, ma ho solamente ritenuto giusto mettere freno alle parole di crede che copiare sia la soluzione migliore, capace di farti arrivare primo. A volte, le idee bisogna inventarsele da se. E’questa la strategia del successo ed è per questo che credo le corse americane un prodotto diverso tanto quanto direttamente proporzionale alla sua potenziale copiatura, ma se non si possono copiare le corse in se, andrebbe almeno fatto qualcosa per preservare la storia di un Europa corsaiola disintegrata da un business sfrenato e mal gestito, capace di inseguire solamente il guadagno facile e veloce. Gli americani, invece, sono riusciti a valorizzare la storia di cinquant’anni, dando a Cesare ciò che è di Cesare, ma ovviamente prima o poi anche noi europei saremo in grado di celebrare a dovere la storia, solo che allora i gran premi saranno corsi da macchine volanti.

Giacomo Sgarbossa

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