Una carriera breve ma intensa: l’ultima chiamata per Keke Rosberg

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Adelaide 1986. Un articolo su una gara che è passata alla storia per ben altri motivi, non può avere un titolo del genere direte voi. I protagonisti di quel confronto furono ben altri, la posta in palio il titolo piloti. Certo, fu una stagione fuori norma, spettacolare, con equilibri che si assestavano e definivano di gara in gara. Combattuta sostanzialmente a tre. E tra questi non c’era Rosberg. Anzi, per essere precisi, soltanto due avevano serie possibilità di trionfare alla fine dei giochi : Mansell e Piquet. Ecco perchè la vittoria di Prost , rocambolesca, fece e fa scalpore ancora oggi. Le statistiche dicono che quello fu un mondiale buttato al vento dalla Williams, proprio come nel 1981. Allora ad avvantaggiarsene fu la Brabham di Piquet. In quella nuova occasione propizia che il destino mise davanti, invece,  fu proprio il brasiliano una delle vittime sacrificali del fato. Le statistiche. Fredde, scarne. Riportano a chiare lettere anche un altro dato abbastanza notevole: Prost campione per la seconda volta consecutiva.

Ciò nonostante nessuno si ricorda che per Kejo “Keke”Rosberg, il primo finlandese vincente in F1 (nativo di un paesino vicino Stoccolma in verità), la gara australiana rappresentava ormai il capolinea di una carriera , di certo corta se raffrontata a quelle dei piloti di ultima generazione, ma anche intensa e particolare. Appena un anno prima colui che gli aveva passato il testimone del sedile Mclaren, un certo Niki Lauda, terminava con un ritiro dolce-amaro proprio qui il suo secondo ed ultimo corso in Formula Uno. Vincente come lo fu il primo. Epoche diverse ma coniugate  da un  legame continuo particolare, non  ne dubitiamo.

Keke. L’ultima volta nel sentire i brividi correre lungo la schiena, l’ansia snervante che ti fa fare gesti quasi ripetitivi e meccanici propiziatori prima di una gara. Cercare di ripercorrere passo dopo passo, attraverso immagini fulminee che trapassano la mente come piccole scariche elettriche, i momenti chiave di una carriera in F1 breve ma colma di emozioni regalate,  affrontata con il piglio giusto di chi lotta al limite senza mai superarlo. Perché quando si è maturi, si è consapevoli di non poter rischiare. Altrimenti ci si può far male per davvero e con quelle maledette macchine risulta tremendamente facile. Ed infatti Keke era arrivato nel circus già con un po’ di anni alle spalle, in quell’ età in cui la foga giovanile e gli impeti li hai già lasciati da parte e riposti nel cassetto.

Sentire quasi una morte interiore perchè le corse fino a quel momento sono state la tua vita. L’ultimo atto prima di una nuova fase della tua esistenza, lontano dai fremiti e dallo stress provocato quasi ad arte dell’agonismo puro. Perchè in tutto  questo , nel frattempo, si è trasformata la carriera del finlandese. Un evento  lo aveva provato in modo indelebile, la scintilla che lo convinse a porre definitivamente la parola “basta” con tutto ciò con cui aveva avuto a che fare fino a quel momento. Un qualcosa che  con un filo di sacralità poteva  qualificarsi ed appellarsi  come “quotidianità”. Un addio premeditato lungamente durante l’anno, non giunto come un fulmine a ciel sereno.

L’ultima volta di Keke fu un qualcosa di memorabile, e dopotutto le strette vie di Adelaide si già erano  ampiamente dimostrate confacenti al suo stile di guida. Di certo uno dei piloti più forti di sempre nei circuiti cittadini, quasi sempre protagonista nel bene e nel male. Precisione assoluta, visione di gara, commista ad una rabbia agonistica che era capace di calarlo nel torpore della concentrazione : un connubio indissolubile quando in azione c’è Keke. Anche foga esagerata certo, Long Beach 1983. Calcolatore, Dallas 1984. Dominatore assoluto, Monaco 1983. Esteta equilibrista, forma e sostanza compendiate in maniera complementare.

I primi giri filano lisci come l’olio, il distacco dal resto del gruppo cresce sensibilmente in maniera graduale giro dopo giro. Nonostante tutto sa fin dall’inizio di non poter vincere. E non può restare cosi’ tanto al comando perchè dietro di lui c’è il compagno Alain a cui serve disperatamente una vittoria, il gradino più alto del podio, il trionfo della speranza.  Il francese corre per tentare di agguantare quel qualcosa che durante il corso della gara sembrava ormai etereo, una luce foca e lieve che il lento ed inesorabile proseguio del mondiale gara dopo gara , aveva fatto lentamente affievolire. Ora la percepisce in maniera labile, quasi indistintamente riesce a scorgerla. Il titolo piloti, il secondo alloro consecutivo diveniva di fatto un miraggio.

Due animi confliggenti si affrontano nello spirito del leader della gara. La volontà di vincere, l’ultimo saluto prima di lasciare quel mondo che non gli apparteneva più già da tempo dopo una stagione sottotono. Forse la sua più importante, più di quella di Digione nel 1982, l’unica gara vinta nell’ anno del suo titolo. Perchè fu una vittoria che per ironia della sorta poteva anche non arrivare, e questo non sarebbe andato ad inficiare il suo cammino di gloria verso il trionfo a fine stagione. Più di Monaco 1983, la lezione di guida,  più della rocambolesca Dallas 1984, dove alla fine era riuscito a trionfare un Keke inedito,  calcolatore tanto nella visione di gara assoluta che nel consumo dei pneumatici. Dall’altra parte si affaccia il senso di altruismo, il sacrificio per far si che il transalpino possa riuscire nell’impresa.

“Alain e io parlammo prima del via. Gli dissi chiaramente che avrei fatto la mia gara, e  che sarei andato a vincere se possibile”.

Era il suo ultimo pomeriggio passato tra motori rombanti a spingere al limite. Forse sarebbe stata l’ultima volta che lo si sarebbe visto entrare nei box durante la corsa con i suoi meccanici che si davano da fare per risolvere i problemi della vettura, forse sarebbe stata l’ultima in cui rientrando nella pitlane , l’avrebbe fatto consapevole della gioia per una vittoria.

” Il mio capolinea è arrivato, e vorrei ricordarmi di questo giorno, per qualcosa di positivo dopo una stagione abbastanza tormentata. Mi sembra l’unica cosa logica da fare, andare al comando, piazzare qualche giro veloce in modo da allontanare le Williams per costringerle a spingere. Magari caricare nel serbatoio un pò più di benzina rispetto a loro, o quantomeno farglielo credere”- le parole rivolte al francese- “ Pensavo che se Alain avesse corso una gara alla sua maniera, amministrando in modo intelligente, magari verso le ultime fasi si sarebbe potuto ritrovare davanti a loro. E in quel caso gli avrei lasciato il testimone. D’altra parte contribuire a fargli vincere il mondiale era anche per me una forma di ricompensa. Mi sarei sentito realizzato lo stesso. Come se avessi vinto io la gara. E se qualcosa gli fosse successo, bè, avrei tentato di farmi un ultimo regalo. Alain è stato il miglior pilota con cui mi sono confrontato nella mia carriera, intelligenza e manico allo stesso tempo” – racconta oggi a tanti anni da quei giorni degli anni ottanta.

” Quell’anno non fu di certo il mio migliore, per via degli innumerevoli problemi alla vettura, ma queste erano cose che sarebbero potute accadere a chiunque. E’ stato un misto concentrato di eventi occasionali che non sono andati per il verso giusto. Qualcuno la chiamerebbe “sfortuna”. Lo so che è difficile da credere ma è andata proprio cosi. Invece mi è stata di grande aiuto l’atmosfera che si respirava all’interno della squadra. Non sarebbe andata cosi’ se fossi rimasto alla Williams, lo so già , è un dato di certo. Io avevo già fatto la mia decisione di lasciare il team di Groove per andare alla Mclaren e oggi come oggi, se dovessi ripercorrere la mia strada lo farei di nuovo. Anche se la vettura del 1986 era un portento visto che Nigel e Nelson vinsero nove gare in due. Non c’era più lo stesso feeling tra di noi, e comunque già alla fine del 1984 mi ero riproposto di dire stop entro due anni. Quando la Mclaren mi fece l’offerta, io ero contento di diventare un loro pilota. Sapevo che probabilmente sarebbe stata la mia ultima stagione e volevo chiudere facendo il meglio possibile, con un team professionale. Molti pensano che me ne sia andato per colpa di Mansell. E’ sbagliato ma non completamente, visto che io posi il veto alla sua venuta, ed  è anche vero che iniziammo non benissimo la stagione. Dopo poche settimane invece imparammo a conoscerci, e io fui aiutato anche da Elio, che è sempre stato un mio grande amico, uno dei pochissimi di cui serbo un piacevole ricordo. Mi parlò bene di Nigel e mi disse che era un bravo ragazzo dopotutto  e lui aveva ben ragione di parlarne cosi’ dal momento che lo aveva conosciuto bene ne avevano passato tanti anni assieme. Questo aiutò il nostro rapporto professionale e con il tempo non lo vedevo più in un ottica negativa come all’inizio. Però l’arrivo di Nigel non fu la causa della mia partenza. L’incidente che rese paralitico sir Frank e lo costrinse alla sedia a rotelle fu l’inizio della fine perchè il potere passò nelle mani di un uomo il cui comportamento bieco fu la ragione del mio addio. Non potevamo sopportarci l’un l’altro. Non ho rimorsi nel dire questo. Se non me ne fossi andato dalla Williams mi sarei ritirato a stagione in corso nel 1986.

Molte persone che mi sono state accanto mi han detto continuamente : “Perchè ti ritiri? La tua decisione è irrevocabile?” Bè avrei mentito di certo se avessi detto di voler ancora correre. C’erano milioni di ragioni per me : per esempio poter giocare con mio figlio era una delle più importanti, ma d’altra parte tutte queste cose non mi distoglievano la mente quando ero dentro una vettura, e quando si trattava di gareggiare per l’ultima volta ad Adelaide!”.

Adelaide appunto. Il capolinea.

MN

Nella foto in alto il podio del Gp Svizzera 1982 corso a Digione.

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