Indycar Esclusiva – Intervista a Marco Cortesi

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Oramai siamo giunti alle porte dell’evento finale del campionato Indycar, che si terrà sul cittadino australiano di Surfer’s Paradise. Dunque, quale occasione migliore se non quella d’intervistare l’esperto del settore, tale Marco Cortesi, il quale delizia da anni il pubblico di Nuvolari con il commento live di queste stupende gare made in U.S.A. Con lui tratteremo qualsiasi argomento; dalla reunion avvenuta quest’anno, al rischio prigione per Castroneves, fino al discorso fattore campo per alcuni piloti che si giocheranno la posta in palio in Australia, sulla costa dorata per un finale di stagione mozzafiato!.

Visto che sei l’esperto con la E maiuscola in fatto di corse americane, soprattutto la Indycar che commenti su Nuvolari, perchè non ci parli della stagione appena conclusasi sull’ovale di Chicagoland con una lotta incredibilmente affascinante tra Dixon e Castroneves? Che ne pensi, ti aspettavi tanto seguito da parte dei tifosi statunitensi ed italiani?

Sinceramente sì. La riunione tra quel che rimaneva della Champ Car e dell’IndyCar era fondamentale e, anche se ci si è riusciti con qualche compromesso, non poteva che portare grandi benefici. Non che la IndyCar Series sia tornata nel “mainstream” però rispetto alla situazione di popolarità che c’era prima ci sono margini di crescita colossali… Va benissimo anche l’integrazione con l’ALMS, che si è dimostrata una serie parecchio in salute, oltre che al vero e proprio boom dell’Indy Lights, che secondo me è addirittura sopravvalutata da alcuni punti di vista. Oltretutto la IndyCar si contrappone ad una NASCAR che è al top come attenzione, livello tecnico ma anche come costi. E quello che sale, storicamente, prima o poi scende… Diciamo che la NASCAR ha molto da perdere e la IndyCar moltissimo da guadagnare.

A proposito di protagonisti, cosa ne pensi della situazione in cui si ritrova Castroneves? Perchè no, anche un tuo punto di vista sul mercato.

Purtroppo Castroneves ha due fatti non dalla sua parte. Primo che non ha la cittadinanza USA, cosa che lo rende “ospite” agli occhi di tutti. Secondo, che il problema è venuto fuori in un periodo in cui le furbate finanziarie sono nell’occhio del ciclone: diciamo che l’avessero accusato di rapinare una banca, in questo momento sarebbe passato un po’ più inosservato. Per il resto, ciascuno è libero di comportarsi come vuole, salvo poi pagare le conseguenze. I tribunali e la presunzione di innocenza sono fatti per quello.

Il mercato è stato un mega-boom, e non è ancora finito. Nonostante la crisi, sembra quasi di essere nell’era dell’oro. O forse anche per merito della crisi. Con macchine stra-ammortizzate, motori affidabili, budget alla portata, l’IndyCar diventa molto allettante in un periodo come questo. Basti vedere l’arrivo di Stanton Barrett: probabilmente, l’intera stagione IndyCar gli costa come 4 o 5 gare in Sprint Cup… Le sorprese però potrebbero non essere finite. Chissà cosa succederà se Sam Hornish non riuscirà a rientrare nella fatidica top-35 di Sprint Cup…

Prossimo ed ultimo appuntamento della stagione sarà quello australiano di Surfer’s Paradise, ora gara esibizione ma in futuro potrebbe regalare ancor più spettacolo. Chi vedi favorito? La speranza degli Aussie è riposta in Power, ha le chance per poter trionfare in patria?

Certamente. A St.Pete e Detroit, circuiti affini a Surfers Paradise, i team dell’ex Champ Car hanno mostrato di essere alla pari. Effettivamente però, il fatto che si tratti di un tracciato non permanente limita il fattore-esperienza dei piloti di casa. E, naturalmente, ricordiamoci che anche Ryan Briscoe è australiano…

Ultima domanda, quale categoria open-wheelers ami di più per quanto riguarda sempre il mondo made in Usa? Champ car o Indycar?

Sono partito come grande fan della CART: purtroppo noi europei tendiamo, accecati dal blasone dei grandi nomi, a sottovalutare l’aspetto sportivo. Poi mi sono reso conto di quanto in effetti Tony George fosse stato lungimirante e appassionato. Ci ha visto veramente lungo, ha introdotto concetti innovativi (tipo i tetti sui budget dei quali si discute ora in F1) e ha investito tantissimo anche di tasca propria.

Aveva 36 anni e, per rincorrere il suo ideale di automobilismo, ha messo in gioco tutto. Perdendoci molto, ma comunque restando sempre in piedi con onore. E poi non ce n’è, la Indy 500 è, in qualunque condizione, il 90 percento del concetto di “corse a ruote scoperte americane”. Un’emozione infinita, una storia fatta di mille episodi leggendari.

Grazie Marco, in bocca a lupo per le prossime dirette del campionato Indycar.

Un saluto a tutti voi lettori di Erace!

Stefano Chinappi – Marco Cortesi (In esclusiva per Eracemotorblog)

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