Amacord – Samarcanda

1
7maggio
C’era una gran festa nella capitale  perché la guerra era finita.
I soldati erano tornati tutti a casa ed avevano gettato le divise.
Per la strada si ballava e si beveva vino,  i musicanti suonavano senza interruzione.
Era primavera e le donne finalmente potevano, dopo tanti anni,  riabbracciare i loro uomini.
All’alba furono spenti i falò  e fu proprio allora che tra la folla,  per un momento, a un soldato
parve di vedere  una donna vestita di nero
che lo guardava con occhi cattivi…
Roberto Vecchioni – Samarcanda (1977)
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8-5-1982   –  8-5- 2009
Ventisette anni fa, più o meno a quest’ora, Gilles Henri Villeneuve canadese del Quebec di nascita, emiliano d’adozione, cittadino fiscale di Montecarlo, meravigliava tutti per l’ultima volta.
Era volato via, ma lo aveva fatto così tante altre volte che tutti si sorpresero perchè non si rialzava massaggiandosi il collo e tranquillizzando i commissari di gara.
Lo aveva sempre fatto, anche dopo le carambole più terribili.
Appena il relitto si fermava, dopo l’ennesima piroetta, Gilles si slacciava le cinture e saltava fuori facendo segno con le mani che era tutto a posto.
Quella volta no.
Nell’urto era stato catapultato fuori dall’abitacolo della sua Ferrari impazzita e non si era rialzato.
A Maranello un vecchio con gli occhiali scuri pianse.
Fu l’ultimo dolore di una vita che non gli aveva risparmiato nulla in cambio di una fama e di un successo ineguagliabili.
Lui, gelosissimo dei suoi gioielli che solo perché non poteva fare altrimenti affidava ai piloti, quasi si compiaceva delle marachelle di quel piccolo grande uomo con il volto da eterno bambino, che suonava la tromba malissimo e che era capace di qualunque audacia seduto al volante.
Lui che vent’anni prima aveva licenziato piloti per aver bruciato una frizione, aveva guardato sorridendo dietro gli occhiali scuri che lo separavano dal mondo, Gilles Villeneuve fare un giro su tre ruote a Zandvoort distruggendo il retrotreno di una costosa Formula 1.
Una prodezza inutile che era costata milioni di danni ma che aveva moltiplicato per un miliardo la fama di quelle auto rosse col cavallino.
Alla lunga proprio la popolarità di quel pilota eccezionale aveva dato fastidio al vecchio.
– Poteva un ragazzo diventare più popolare dei suoi motori fenomenali ?-  Si era chiesto.
– Poteva – Si era risposto, perchè era già successo con Nuvolari e quei due si assomigliavano.
Forse le strade di Enzo Ferrari e Gilles Villeneuve si sarebbero divise a fine stagione, si leggeva sui giornali.
Fu allora che  “la donna dagli occhi cattivi” presentò il conto a Gilles prima che questo potesse avvenire.
Terlamenbocht, una curva anonima della pista di Zolder, in Belgio, prese il posto della affascinante e misteriosa Samarcanda di una vecchia canzone sul destino e l’impossibilità di sfuggirgli.
In quella curva si materializzarono tutte le insidie che, prese una alla volta, aveva beffato in cento occasioni.
Un pilota lento.
Un giro veloce tentato con rabbia.
Un malinteso.
Un contatto.
Il volo.
L’impatto
Le cinture di sicurezza che si strappano dal telaio.
Gilles Villeneuve ci salutò così, ma non se n’è mai andato.
O forse siamo noi che non l’abbiamo mai lasciato andare.
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