Un’ora con Dindo Capello alla Fiera Internazionale del Libro

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Chioma sale e pepe, giacca sul grigio antracite, camicia bianca e jeans blu tenebra, Rinaldo Capello, ormai universalmente noto come Dindo, si presenta puntuale alla ventiduesima Fiera Internazionale del Libro di Torino giovedì 14 maggio 2009 alle ore 21 nel Padiglione 1 del Lingotto, stand D42-E41, nell’area denominata Piazza Italia, per la conferenza stampa di lancio del volume avventurosamente intitolato Il mestiere di vincere, un richiamo neanche troppo velato a Il mestiere di vivere, scritto dal suo conterraneo Cesare Pavese.

Per quei pochi che non lo sapessero, Dindo Capello può essere ragionevolmente considerato un’icona dell’automobilismo sportivo, avendo vinto tre volte la mitica 24 Ore di Le Mans (2003-2004-2008), celebre gara di durata in procinto di festeggiare la settantasettesima edizione nel week-end del prossimo 13-14 giugno, quattro volte la 12 Ore di Sebring (2001-2002-2006-2009), altra classica endurance molto popolare negli Stati Uniti, due titoli nell’American Le Mans Series (2006-2007), un titolo nel Superturismo tricolore (1996), un alloro nel Turismo italiano (1990) e, dulcis in fundo, un successo nel Gran Premio Lotteria di Monza all’epoca della Formula Tre (1988).

Nella straordinaria cornice di Le Mans, Capello è riuscito a salire sul gradino più alto del podio guidando tre vetture diverse: nel 2003 la Bentley Speed 8, nel 2006 l’Audi R8 Sport, nel 2008 l’Audi R10. Quest’anno il 44enne pilota italiano, giunto alla quindicesima stagione di gare con la Casa di Ingolstadt, sarà nuovamente della partita sul circuito della Loira al volante dell’Audi R15 dotata di telaio in fibra di carbonio e motore alimentato a gasolio, da lui già portata al successo all’esordio assoluto nella prestigiosa 12 Ore di Sebring disputata nello scorso mese di marzo in equipaggio con Tom Kristensen e Allan McNish, altri due specialisti di competizioni endurance.

Alla prima torinese del libro Il mestiere di vincere, pubblicato dalla casa editrice bolognese Pendragon, Capello ha spiegato al pubblico intervenuto che l’idea di un volume dedicato alla sua carriera è stata concepita insieme ai giornalisti del quotidiano “La Stampa” Carlo Coscia e Stefano Semeraro, presenti al Lingotto durante la serata, con l’obiettivo di suggellare la terza vittoria alla 24 Ore di Le Mans, abilmente messa in cassaforte dal pilota piemontese nel giugno 2008, e per far conoscere agli appassionati di automobilismo sportivo la splendida realtà delle gare endurance. All’evento hanno partecipato tra gli altri Roberto Manzoni, preparatore atletico di Dindo, il dottor Giuseppe Vercelli, l’uomo che ne cura la preparazione psicologica in vista di appuntamenti importanti come appunto la 24 Ore di Le Mans e le numerose competizioni dell’American Le Mans Series sui più affascinanti circuiti d’Oltreoceano, nonché Giorgio Piccolo, già team manager nella Formula Tre italiana degli anni Ottanta, un ingegnoso talent scout capace di intuirne le indiscutibili doti tanto da decidere di lasciare a piedi un driver economicamente molto più interessante pur di assicurare un sedile al promettente Capello nel campionato cadetto edizione 1985.

La prefazione de Il mestiere di vincere è stata curata nientemeno che da Wolfgang Ullrich, il potente boss di Audi Sport, perché tutti praticamente sono amici di Dindo. Con il suo carattere cordiale e gentile non si può che volergli bene. E’ una persona gentile e sempre disponibile ad aiutare gli altri in qualsiasi momento. Un gentiluomo che è riuscito a farsi benvolere sia dai compagni amici sia dagli avversari, e ciò non è affatto la normalità nel mondo del motorismo da competizione (fonte “Dindo Capello. Il mestiere di vincere”, di Carlo Coscia e Stefano Semeraro, Edizioni Pendragon). Trovano spazio nel volume una serie di magnifiche fotografie scattate dai più famosi reporters mondiali, testimonianze ideali in grado di permettere al fruitore di immergersi con Dindo Capello nella notte di Le Mans piuttosto che nei momenti di compiaciuto giubilo insieme agli uomini dell’Audi Sport Team Joest gestito in pista da patron Reinhold, un favoloso settantaduenne irrimediabilmente innamorato delle corse. Ma la carriera di Dindo non è stata esclusivamente Prototipi, come lui stesso ha ricordato nell’incontro andato in scena alla Fiera Internazionale del Libro di Torino. Lo confermano, se mai ne ricorresse il bisogno, le numerose istantanee che lo vedono impegnato nella Formula Fiat Abarth, in Formula Tre e nel Superturismo italiano. Il mestiere di vincere, sorta di biografia verità incentrata sulle gesta di un pilota capace di imprese apparentemente impossibili ma forse anche per questo desideroso di continuare a condurre una vita normale nelle campagne dell’amata Santo Stefano Belbo, ottantasette chilometri dalla città di Cuneo, si compone di un entusiasmante racconto in diretta del Dindo Capello pilota e uomo, fedelmente riportato nelle 140 pagine del volume da quelli che possono considerarsi i depositari delle sue imprese sportive, vale a dire i già citati Coscia e Semeraro, di sovente chiamati ad occuparsi della 24 Ore della Sarthe sulle pagine del quotidiano “La Stampa”.

Quando hai capito che saresti diventato un pilota?, interviene una persona in sala. E’ avvenuto gradualmente, rivela Dindo. Fin da bambino mi sono appassionato alle automobili, come peraltro accade a molti in quella fase della vita. Forse io ero un po’ più appassionato rispetto agli altri! Ricordo che già prima di compiere dieci anni mi concedevo alcune escursioni all’insaputa dei miei genitori sulla Fiat Cinquecento di papà Pier Gaspare, l’amore per la velocità venne però fuori dopo, non appena ebbi modo di salire su un kart, nel giorno del mio dodicesimo compleanno. Da allora ho iniziato a considerare le corse molto più seriamente, e alla fine sono riuscito a farne una professione, superando lo scoglio rappresentato dalle limitate risorse economiche.

Inizialmente, dopo la breve esperienza maturata nelle formule addestrative e le vittorie ottenute al volante delle touring cars, il primo impatto per Capello con la maratona della Loira non è parso del tutto indolore. E’ vero, confessa Dindo, il debutto sul circuito della Sarthe nel 1998 non è stato una passeggiata, anche se correvo con la McLaren F1 GTR. Lì per lì fui tentato di mollare tutto, perché forse quel tipo di gare non facevano per me. Io venivo dalle Turismo, ma alla fine ho trovato la giusta dimensione anche qui. Dico la verità, mi stupisco ancora oggi quando mi ritrovo a guidare nella notte di Le Mans ad oltre trecento chilometri orari… a me non sembra di fare niente di così speciale!

Quali sono le curve più difficili da affrontare a Le Mans?, incalza ad un certo punto della serata qualcuno del pubblico. E’ difficile stabilire a priori il livello di difficoltà, chiosa l’inappuntabile Dindo, subito mi viene in mente Arnage. Potrebbe sembrare una curva facile, visto che si affronta a non più di settanta chilometri orari, ma spesso è proprio lì che molti piloti sbagliano. Quando invece ti rendi conto di avere superato l’ostacolo di Arnage nel modo migliore, ti ritrovi a sorridere sotto il casco come a dire: “sì, ce l’ho fatta!”. Anche le curve Porsche sono piuttosto impegnative da affrontare, ma in ogni caso è il circuito nella sua completezza ad esaltare noi piloti che sappiamo cosa significa correre a Le Mans. Sembrerà forse un’esagerazione, ma in 24 ore di gara arriviamo a percorrere il chilometraggio che in Formula Uno riescono a coprire soltanto in una stagione.

Preferisci i circuiti europei oppure quelli americani?, si sente chiedere Capello. I circuiti negli Stati Uniti sono molto più interessanti per il pilotaggio e lo spettacolo rispetto ai nostri, risponde garbatamente Dindo, in Europa hanno snaturato Imola, Monza, Hockenheim, almeno in parte Spa Francorchamps… se potessimo ancora contare sulle piste di un tempo nelle loro configurazioni originali credo che non avremmo difficoltà a competere con gli impianti statunitensi. Invece adesso Oltreoceano ci sono circuiti stupendi, anche se più pericolosi di quelli europei. Penso a Mosport, in Canada, dove nel 2008 ho fatto la pole position con l’Audi nell’American Le Mans Series affrontando le serie di curve sui 225 chilometri orari, un’esperienza pazzesca su di un circuito dove, passatemi il termine, servono soprattutto… le palle!! Non prescindo dalla sicurezza, ma per quanto concerne le piste, l’Europa dovrebbe imparare dagli Stati Uniti. Per il resto non amo particolarmente l’America e i suoi ritmi, soprattutto quegli enormi camion che in autostrada schizzano fuori da tutte le parti… ci tengo piuttosto a difendere con orgoglio la mia italianità, anche se nei miei viaggi ho imparato ad apprezzare una metropoli come New York. Ebbene sì, amo le Langhe, dove vivo, ma non resto insensibile di fronte al fascino della Grande Mela. Anche Houston, in Texas, mi piace: ha circa due milioni di residenti, eppure l’atmosfera è rilassata, inoltre il traffico stradale non subisce mai dei congestionamenti. Evidentemente è l’organizzazione di base ad essere eccellente.

Ci sono momenti in cui un pilota prova sensazioni sgradevoli alla guida?, domanda qualcuno. E’ raro, ma su alcuni circuiti può succedere, annuisce Dindo, penso ad esempio all’Eau Rouge, sul tracciato di Spa Francorchamps, in Belgio, dove i piloti si trovano ad affrontare una notevole compressione, nel tratto in salita, a velocità incredibili. In quel caso non c’è allenamento che tenga, è un fatto fisico al quale non si può porre rimedio. Bisogna soltanto lavorare sull’aspetto mentale e… sperare che finisca presto!

Capello trova anche il tempo di parlare del pubblico della 24 Ore di Le Mans. I tifosi a Le Mans sono semplicemente fantastici. Ci sono persone che arrivano per il week-end di gara e restano lì fino alla fine, montando talvolta delle tende nei pressi del circuito, nel fango, pur di assistere dal vivo alla competizione. L’automobilismo sportivo non è fatto solo di Formula Uno anche se molti non se ne vogliono rendere conto, ritengo comunque che gli appassionati di Le Mans siano personaggi unici. Non a caso ho insistito perché sul volume venisse pubblicata una foto dove si vede il podio della 24 Ore edizione 2004 dal punto di vista di noi piloti, una specie di “finestra” sui moltissimi tifosi che stazionano sotto al palco per applaudire i protagonisti della corsa. E’ una sensazione difficile da spiegare, che ti fa immediatamente capire il calore in grado di unire tutta quella gente.

Certe sfumature, però, nemmeno un pilota può notarle. Mentre guido a Le Mans non ho una percezione chiara di quello che accade intorno, perché cerco di restare il più possibile concentrato sulla pista. Il circuito della Sarthe è un luogo dove si mescolano i rumori dei motori dei Prototipi, piuttosto silenziosi per la verità, a quelli delle vetture Gran Turismo, che corrono in un’altra classe. I tifosi presenti non rinunciano a vivere la corsa dal di dentro, ma come dicevo, noi piloti il più delle volte non ci accorgiamo di quanto accade sulle tribune.

Una gara di 24 ore comporta anche dei turni di riposo, come evidenzia Capello. Sicuramente sì. Nell’edizione vittoriosa del 2003 sono riuscito a correre per quattro ore di fila senza effettuare il cambio pilota, ma sinceramente l’ultima mezz’ora è stata durissima. In ogni caso, con la nostra strategia siamo riusciti a beffare i rivali e a vincere, dal momento che nessuno si aspettava una mossa del genere. A Le Mans dormire tra un turno e l’altro è fondamentale, altrimenti non si hanno poi le energie per ritornare in macchina e spingere al massimo. Nei primi anni in cui partecipavo alla 24 Ore faticavo sempre a prendere sonno, ma proprio nel 2003, quando ho corso con la Bentley, intimamente ero sicuro di vincere e quella convinzione mi è servita per riposare tranquillamente. E’ così che è maturato il mio primo successo a Le Mans.

La chiacchierata con Dindo Capello e i giornalisti Carlo Coscia e Stefano Semeraro vola via così, nello stesso modo in cui un assetato viandante sugge un bicchiere ricolmo d’acqua godendone fino all’ultima goccia, anche perché alle ore 22 i cancelli del Lingotto sarebbero stati chiusi. Giusto il tempo di intrattenersi qualche minuto con il pubblico accorso per la conferenza stampa, autografare diverse copie del volume, ed ecco che la serata alla Fiera Internazionale del Libro di Torino del plurivincitore della 24 Ore di Le Mans volge al termine. Non senza la gradevole, rasserenante consapevolezza che l’avventura agonistica di Dindo Capello si incrocerà nuovamente con il circuito della Sarthe il prossimo 13-14 giugno, per scrivere forse un’altra indimenticabile pagina nella storia delle competizioni endurance.

Ermanno Frassoni

www.frassoni.com/angolo.htm

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