Scuola guida

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Omaggio a Sir John Young “Jackie” Stewart O.B.E

Questa è una delle storie che si raccontavano una volta nel paddock, con i meccanici, rigorosamente in tuta blu, che mangiavano un panino seduti sugli pneumatici.

Forse le cose non andarono proprio così o forse sì.

Zandvoort 1970.
Johnny Servoz Gavin aveva detto basta dopo Montecarlo.
Preferiva vivere, aveva detto.

Ken Tyrrell si era trovato così senza un pilota e col rischio di perdere i soldi della Elf che gli aveva proposto un altro francese: François Cevert.
Bello e veloce, idolo delle ragazze.
Ed a Zandvoort Cevert era arrivato il giovedì per provare a correre in Formula 1…

 

 

 

 

La March 701 era una macchina difficile, il Ford Cosworth un motore brutale. Le vibrazioni erano un problema e l’assetto impossibile faceva il resto.
Giravo, mi fermavo, tornavo a girare: nulla, il tempo non migliorava mai.
Al mattino del venerdì era arrivato Jackie Stewart, il Campione del Mondo in carica.
Lo conoscevo di fama, ma non mi sembrò niente di speciale.
Parlava un inglese diverso da quello che avevo studiato, si rivolgeva sempre al capo meccanico e mi salutò tenendo sempre in testa quel suo buffo cappellino.
Il suo meccanico mi spiegò che adesso avrebbe cominciato a girare per mettere a punto la monoposto, senza mettere niente di suo, senza forzare, migliorando il tempo solo con le regolazioni del motore e dell’assetto.
Quando arrivò lui nessuno mi considerava più.
Sembravo trasparente, intanto il tempo passava ed io ero eliminato.
Quando si fermava per spiegare usava molto le mani, gesticolava, piegava la testa, sembrava più italiano che scozzese.
Al termine delle prove del pomeriggio di venerdì Jackie aveva già staccato un tempo al livello dei migliori con entrambe le monoposto a sua disposizione, io avevo ottenuto la mia migliore prestazione con un distacco di oltre 5″.
-Domattina- mi disse il mio capo meccanico- domattina-.
Prima di andarcene, Stewart dette indicazioni ai meccanici perché riportassero anche sulla mia monoposto le sue regolazioni.

Ken Tyrrell annuì, a me nessuno aveva chiesto nulla.
La cosa mi faceva imbestialire.
La mattina dopo uscii subito.
La macchina mi sembrava se possibile peggiorata, ed io ero ancora lontano dalla certezza della qualificazione.
Dopo qualche giro mi fecero segno di rientrare, Stewart mi si avvicinò e mi disse -“Ora tu vieni dietro a me e fai come faccio io”-
Salì in macchina dopo aver detto qualcosa al mio meccanico che subito si mise ad armeggiare sulle sospensioni posteriori.
Ero furibondo.
Anch’io ero un pilota di Formula 1, in fondo, perché davano retta solo a lui ?
Uscimmo assieme, il primo giro ci servi per scaldare le gomme, nel secondo ebbi quasi l’impressione che Stewart mi rallentasse, in quelli successivi ne ero certo ed a ogni passaggio ero più arrabbiato, quando Ken Tyrrell fece il segnale convenuto per rientrare ero letteralmente furioso:-“Mi fanno perdere tempo dietro a lui, mentre io mi devo qualificare !”-
Quando mi fermai un meccanico mi mise sotto il naso il foglio con i tempi: avevo migliorato di due secondi netti ! Ero qualificato.
Non credevo ai miei occhi.
Stewart scese dall’auto, mi fece un cenno di saluto e dette qualche altra indicazione poi qualcuno gli porse un bicchiere di thé e lui prese a sorseggiarlo con il casco in mano.
Dopo qualche minuto tornò in pista, ed abbassò ancora di due secondi il tempo sul giro.
Nel pomeriggio mi disse ancora di seguirlo per qualche passaggio: poi rientrammo di nuovo ai box.
Avevo fatto il quattordicesimo tempo, lo stesso tempo di Surtees, Stewart poi avrebbe marcato il secondo, ad un soffio dalla “pole”.
Ero felicissimo, non stavo nella pelle.
Il mio meccanioco si avvicino è mi disse:- “Non cercare mai più di stare dietro a lui se non è lui a chiedertelo, perché ti ammazzeresti”-

Jackie Stewart, che in quella stagione 1970 fu l’unico pilota capace di vincere un Gran Premio con la March 701, una monoposto nata male e sviluppata peggio, si sarebbe laureato altre due volte Campione del Mondo.
Vinse il titolo nel ’71 e nel ’73, l’anno in cui abbandonò per sempre le corse dopo la morte di François Cevert cui aveva insegnato molto, ma non era riuscito a insegnare tutto.

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