Perchè gli italiani non vanno negli USA?

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Alcune recenti interviste mi hanno fatto tornare in mente un vecchio quesito: perché nessun italiano và più a correre negli USA? Tranne alcune recenti e sporadiche apparizioni di Max Papis (che tra l’altro ormai è diventato un italo-americano) alla 500 Miglia di Indianapolis (e nel 2009 in NASCAR), la comparsata di Fabrizio Del Monte in ChampCar o il recente test di Trulli con il team  di Michael Waltrip (per la verità più che altro un divertimento), sono anni che non si hanno più notizie di  un reale interesse dei piloti italiani ad attraversare l’oceano.

Emblematico il caso di Giorgio Pantano, che in una recente intervista ha dichiarato di essere vicino ad un accordo per correre nel 2010 in Indycar, anche se in realtà il pilota veneto è un po’ di tempo che va ripetendo sempre la  stessa storia, che poi puntualmente svanisce nel nulla. Eppure Pantano è un pilota veloce e spettacolare, come si dice, “bello da vedere”, probabilmente il pilota ideale per andare a correre in Indycar. Eppure lo abbiamo trovato a passare un 2009 a dividersi tra Superleague Formula e Megane Trophy, con tutto il rispetto categorie non certo all’altezza del suo talento. Eppure il pilota padovano aveva già avuto in passato qualche sporadica esperienza negli USA, di prestigio e con ottimi risultati: nel 2005 aveva disputato due gare in IRL, ottenendo la prima fila in prova ed il quarto posto finale nella gara a Watkins Glen. Poi anche un test con il team PKV (il team di Jimmy Vasser, attualmente impegnato nella Indycar Series con il nome di KV Racing Technology) in ChampCar, e poi più nulla. Un vero peccato, perché le esperienze erano state  più che positive, e lasciavano intravedere un futuro roseo. Purtroppo però per ragioni misteriose, legate a problemi manageriali e di reperimento di sponsors, hanno fatto rimanere queste prospettive solo tali (e qui, nel caso specifico, resta il mistero di come sia possibile che un pilota di questo calibro non sia stato in grado di crearsi un giro anche minimo di sponsors che gli diano una mano).

In questi giorno un altro talento italiano, Mirko Bortolotti, ha perso l’appoggio della Red Bull, che sembrava potergli spianare la strada per la Formula 1. Cosa farà adesso il giovane pilota trentino? E’ ancora giovane (è un classe ’90), ma farà meglio a cominciare a guardarsi intorno e cercare soluzioni “estreme“ (ma perché mai estreme, poi?), per non commettere lo stesso errore di Pantano e trovarsi fra dieci anni un pilota di talento ma senza una categoria alla sua altezza.

Il paradosso è che attualmente la Indycar è un monopolio italiano, con la presenza della Dallara quale unico fornitore di telai. Eppure nessun italiano sbarca più nella categoria dominata dall’Italia. Perché? E’ solo mancanza di appeal, o è anche paura di mettersi in gioco? E’ ignoranza, nel senso di poca conoscenza della categoria, o mancanza di soldi? Certo, il budget serve, ma le corse americane sono molto meno care che la Formula 1 o altre categorie europee. Quello della Dallara è poi un caso emblematico, che forse fa pendere la risoluzione del quesito sull’opzione “culturale”: in un periodo in cui in tanti si riempiono la bocca con il “Made in Italy”, una casa italiana al 100% che da anni e anni vince la corsa americana per antonomasia, la 500 Miglia di Indianapolis (e cancella qualsiasi concorrente, tanto da essere diventata l’unico fornitore di telai), ebbenem di questa casa, nessun media se ne è occupato. Forse qui una risposta allo scarso interesse dei nostri piloti verso le gare americane: una mancanza di cultura e conoscenza verso quel genere di corse.

Uno dei problemi del nostro automobilismo è che in Italia esiste un grande “mostro” che fagocita tutto l’interesse: la Ferrari. Questo sarebbe un argomento interessante su cui dibattere: indubbiamente la Ferrari, al contrario di quasi tutti gli altri grandi costruttori, ha fatto poco o niente per tutelare e far crescere i giovani piloti italiani. Il problema è che in Italia la Ferrari ha un potere tale da calamitare tutte le attenzioni e tutte le risorse, e il fatto che lei si è disinteressata dei piloti italiani è una grave pecca. Dall’Italia è più difficile emergere perchè il suo costruttore più importante vampirizza tutto e non ti aiuta. Pare che il gruppo Fiat sia interessato ad entrare, col marchio Alfa Romeo o Maserati, in Indycar nel 2012. Cosa succederà? Supporterà un pilota italiano, come fanno un po’ tutti (attualmente l‘Honda supporta Hideki Mutoh e potrebbe appoggiare l‘arrivo di Takuma Sato).  Sia chiaro, supportare non significa raccomandare degli incompetenti, ma aiutare dei giovani di talento a costruirsi una carriera. E comunque, anche senza un supporto di una grande casa, il fagocitamento di interessi e risorse da parte della Ferrari è un altro buon motivo per cui per un giovane pilota italiano deve cercare altre vie per cercare di emergere. E’ un pò lo discorso della “fuga dei cervelli” che si assiste in tanti altri campi: anche nel caso delle corse forse sarebbe meglio cercare una “fuga” perchè in Italia quei pochi che anche possono, non hanno l’interesse (o la voglia, o la cultura) a darti una mano e una possibilità.

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4 commenti

  1. Un articolo bellissimo, bravo Marco. Hai pienamente centrato la questione.

    I motivi principali per i quali pochi italiani tentano la carta americana sono due:

    – Sostanzialmente, tutti i piloti giovani iniziano per andare in F1. Sebbene le corse USA rappresentino un alternativa valida dal punto di vista professionistico, in molti portano avanti la propria carriera esclusivamente con il sogno (o spesso l’illusione) di poter raggiungere la massima formula. Un altra considerazione da fare è che andare a correre in america non è come andare a correre in Inghilterra, dove con un ora di aereo torni a casa: andare in America significa stravolgere la propria vita, lasciare Paese, famiglia, amici, affetti per buttarsi in un avventura totalmente diversa… Non è così facile…

    – In America non ci sono più i soldi di una volta. Fino a pochi anni fà, un pilota europeo riusciva con facilità a strappare un contratto da professionista (cioè PAGATO), in quanto si sà che mediamente il pilota di formazione formulistica europea è tecnicamente migliore di quelli di formazione americana: inutile elencare i numerosi esempi. Con la crisi degli ultimi anni, si è assistito ad un inversione del fenomeno, tanto che anche piloti con un certo curriculum si sono ritrovati a dover cercare degli sponsor personali per autofinanziarsi. Pagante per pagante, molti driver perciò preferiscono rimanere in europa, dove un buon posto nel GT lo si trova facilmente.

  2. E’ vero…però vedere un pilota come Pantano ridotto a correre nella Superleague Formula o nel Megane Trophy mi fa venire una pena…io ancora non mi capacito di come sia possibile, non riesco a capire come sia finito in questa situazione…

  3. Uno dei problemi del nostro automobilismo è che in Italia esiste un grande “mostro” che fagocita tutto l’interesse: la Ferrari. Questo sarebbe un argomento interessante su cui dibattere: indubbiamente la Ferrari, al contrario di quasi tutti gli altri grandi costruttori, ha fatto poco o niente per tutelare e far crescere i giovani piloti italiani. Il problema è che in Italia la Ferrari ha un potere tale da calamitare tutte le attenzioni e tutte le risorse, e il fatto che lei si è disinteressata dei piloti italiani è una grave pecca.

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