I grandi piloti – Ronnie Peterson, la Formula 1 dal 1970 al 1977

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Il toboga monegasco non è certo il circuito più agevole per debuttare nella massima serie però, grazie all’innato talento, Ronnie riuscì dapprima a qualificarsi senza difficoltà ed a terminare poi la competizione con un insperato settimo posto. Giungere settimi al primo Gran Premio, per giunta in uno stradale cittadino che non perdona nemmeno il più piccolo degli errori, fece scoprire al Circus le capacità del ventiseienne di Orebro. Purtroppo, le doti prestazionali della March 701 non erano paragonabili a quelle delle monoposto “ufficiali”, rendendo difficili le rimanenti gare del campionato del 1970 ma, nonostante la mancanza di mezzi economici per sviluppare la vettura, Ronnie fece vedere chiaramente che il suo volante in Formula 1 era ampiamente meritato.

Terminata la probante stagione da debuttante, Peterson venne arruolato come pilota ufficiale della scuderia STP March Racing Team per il 1971, affidandogli la guida della March modello 711 (nella foto), monoposto fortemente innovativa per la leggerezza del telaio e per la particolare profilatura aerodinamica. Se all’inizio tutti immaginavano che Ronnie continuasse il suo apprendistato con la Formula 1, senza avere grosse aspirazioni di successo, vennero ben presto smentiti dal pilota il quale, alla prima stagione completa, giunse al secondo posto della classifica piloti dietro il leggendario Jackie Stewart, grazie ai numerosi e costanti piazzamenti in zona punti. Riuscì a marcare 33 punti, parecchi dei quali ottenuti con i secondi posti dei Gran Premi di Montecarlo, Gran Bretagna, Canada e Italia e con il piazzamento sul terzo gradino del podio al Gran Premio degli Stati Uniti.

Il titolo di vice campione del mondo 1971 diede grande visibilità a Ronnie, venendo più volte contattato dalle Case costruttrici rivali per dargli il volante delle proprie vetture, in particolare dalla Lotus dell’istrionico Colin Chapman. Essendo in possesso di un contratto con la STP March Racing Team anche per il 1972, Ronnie dovette rinunciare ad accasarsi presso altre scuderie, andando incontro però ad una stagione difficile. Infatti, la monoposto 721 della March, sulla carta la logica evoluzione della ben riuscita 711, si rilevò lenta e difficoltosa nella messa a punto, costringendo Ronnie ad racimolare punti in diverse gare, senza poter riuscire a lottare costantemente per la vittoria, salendo solo una volta sul terzo gradino del podio al Gran Premio di Germania. L’interlocutorio campionato del 1972 si concluse con un magro bottino di 12 punti, che valsero a Ronnie il nono posto nella graduatoria generale; tuttavia la sue capacità nel controllo della vettura emersero ancora di più grazie ad una monoposto “difficile”, portando Colin Chapman ad aggiudicarsi, con forte convinzione, la guida del pilota svedese per il 1973.

A suffragio della scelta di Ronnie da parte del John Player Team Lotus, ebbero un certo peso anche le buone prestazioni nelle gare del campionato Sport Prototipi del 1972, del quale spiccano due vittorie a bordo della Ferrari 312PB (nella foto seguente), ottenute condividendo il volante con Tim Shenken, suo vecchio compagno di squadra ai tempi della Formula 3.

L’avventura in Lotus avrebbe, sulla carta, spaventato chiunque, in quanto si trattava di affiancare il brasiliano Emerson Fittipaldi, fresco vincitore del campionato di Formula 1 del 1972. Ronnie, invece, si diede subito da fare per cercare di far collidere le proprie capacità di guida con le doti meccaniche della Lotus 72 (nella foto), sbalordendo tutti sin dall’inizio. Durante la stagione ottenne addirittura nove Pole Position, segnale di un bel connubio fra pilota e vettura, giungendo terzo con 52 punti nella classifica generale, ottenuti grazie alle vittorie ai Gran Premi di Francia, Austria, Italia e Stati Uniti, affiancati da un bel terzo posto a Montecarlo. Davvero non ci si poteva aspettare di più alla prima stagione con la nuova scuderia, segnata dal passaggio a fine stagione di Fittipaldi alla Mclaren; difatti il brasiliano, pur essendo stato in lotta per il titolo contro Stewart fino alla gara di Monza, soffriva sempre più la velocità di Ronnie e, visto che Chapman preferiva non avere una prima ed una seconda guida con gerarchie definite, Emerson decise di cambiare aria ed involarsi a conquistare il suo secondo titolo guidando per la scuderia rivale di Woking.

Peterson divenne quindi a tutti gli effetti il pilota di punta del John Player Team Lotus per il 1974, con l’obiettivo di centrare l’iride, a discapito del “traditore” brasiliano trasferitosi altrove però, il genio tecnico di Chapman diede vita al modello 76 (nella foto), monoposto dotata di una innovativa frizione ad azionamento semi automatico, forte sulla carta ma estremamente difficoltosa nella regolazione e nell’approccio in pista. Tutto questo portò ad un inizio stentato del 1974, con lo stesso Ronnie che non riuscì ad ottenere punti con la 76; fortunatamente però i tecnici, scontrandosi più volte con Chapman, riuscirono a convincere il loro principale ad utilizzare il modello 72, pur di non passare tutta la stagione ad inseguire la messa a punto di una macchina troppo evoluta come la 76. Ritornato così alla guida di una monoposto più tradizionale, Ronnie riuscì ad issarsi al quinto posto della classifica generale con 35 punti, frutto di tre belle vittorie a Montecarlo, in Francia ed a Monza e di un podio basso al Gran Premio del Canada.

Riguardo il modello 76, alla Lotus continuavano a capirci poco su come sfruttarne le potenzialità, portando i vertici della scuderia alla decisione di intraprendere il campionato del 1975 ancora con un evoluzione della 72, vettura gloriosa che, nonostante i continui aggiornamenti, iniziava a sentire sulle spalle il peso degli anni. A testimoniare questo fatto, ci pensò la deludente sequela di risultati del 1975, con Peterson che riusci a portare a casa soltanto sei punti, che gli valsero il tredicesimo posto nella graduatoria iridata. Durante l’annata che vide l’affermazione della Ferrari 312T di Andreas Nicolaus Lauda, nemmeno le gare di Montecarlo e Monza, le piste che meglio sapeva interpretare, furono foriere di un piazzamento sul podio per Ronnie, portandolo a pensare che, visti gli ultimi due anni, forse la Lotus non rappresentava più la migliore squadra possibile.

Nonostante la confusione tecnica che regnava in Lotus, Ronnie all’inizio del 1976 era ancora a tutti gli effetti un pilota della scuderia britannica, disputando il Gran Premio inaugurale in Brasile con la Lotus 77, terminato con un ritiro. Immediatamente dopo la corsa brasiliana, Ronnie decise di rescindere il contratto con Colin Chapman per voler ritornare alla March, che era nel frattempo divenuta la March Engineering. A testimonianza del fatto che l’automobilismo degli anni Settanta era sicuramente meno rigido ed ingessato di quello degli anni Duemila, lo svedese corse per un solo Gran Premio, in Sudafrica, per la March Engineering, per passare subito dopo nell’abitacolo della Theodore Racing per il Gran Premio degli Stati Uniti Ovest, ottenendo però magri risultati da ambo le parti.

A questo punto è lecito immaginarsi che il 1976 di Ronnie fosse continuato sotto le insegne del Theodore Racing invece, a partire dal Gran Premio di Spagna ritornò, stavolta in pianta stabile, a condurre per il March Engineering. La stagione fu obiettivamente difficile per lo svedese, in quanto anche la scuderia che lo fece conoscere al grande pubblico nel 1971 viveva un’empasse tecnica di difficile soluzione, però riuscì egualmente a conquistare la vittoria a Monza, dove vinse davanti a Regazzoni e Laffite, pista della quale era ormai riconosciuto da tutti quale miglior interprete.

Giunto alla fine del 1976 con un magro bottino di undici punti nella classifica del campionato, vinta da James Hunt dopo la sosta forzata di Lauda in seguito al dramma del Nurburgring, Ronnie si trovava di fronte ad un bivio fondamentale per il suo futuro, di fronte alle ipotesi di trascorrere un’altra stagione in un team tecnicamente “stanco” come la March Engineering, o di tentare una soluzione alternativa per puntare al titolo iridato. La soluzione alternativa rispondeva al nome di Ken Tyrrell, il cui team disponeva della P34 a sei ruote che tante cose belle aveva dimostrato nel corso della stagione appena conclusasi.

L’idea di partecipare al campionato 1977 con una vettura assolutamente fuori dai soliti schemi, rappresentava una fortissima motivazione, dal punto di vista emotivo, per il conduttore di Orebro, conscio che, una volta trovata la giusta assonanza fra il suo stile di guida e le caratteristiche meccaniche della “sei ruote”, avrebbe potuto trovarsi a lottare costantemente per la vittoria. La realtà dei fatti fu ben diversa, in quanto la monoposto del “boscaiolo” si rivelò assai meno competitiva del previsto, ed anche poco incline ad adattarsi a certi tipi di superficie asfaltata. In mezzo ad una lunga sequela di ritiri, l’unico risultato di un certo prestigio è rappresentato dal terzo posto al Gran Premio del Belgio che, assieme al quinto posto a Zeltweg ed il sesto di Monza, furono gli unici piazzamenti a punti del 1977.

A questo punto, Ronnie si trovava nuovamente nella situazione di incertezza di dodici mesi prima, iniziando anche a non essere più considerato una stella di prima grandezza sul mercato, gradualmente sostituito nelle preferenze dei team dai giovani piloti nati negli anni Cinquanta.

 Continua

                                       Jona Ceciliot

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