Le sette vite di Kubica

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Vabbè adesso sono quattro. Due “vite” utilizzate nei crash del Gp del Canada 2008 e a quello stradale (da passeggero) del 2003, dove rischiò di perdere il braccio destro. Lo stesso infortunato al Rally di Andora. Adesso che è passata la paura si può anche scherzare. Robert se potesse commentare il suo incidente direbbe che non è la prima volta che rischia di perdere una mano, gli è successo già tante volte a poker con l’amico Alonso… e via una risata a rimuovere quel botto. Il pericolo è il suo mestiere, che rischio -però- quel rail dentro l’abitacolo. Sono le Corse. Le corse con la C maiuscola, non esistono corse minori. I tuttologi che criticano la scelta del polacco di rischiare in un rallyno della domenica non hanno capito l’indole del pilota. La stessa che l’ha portato al top in Formula 1 che si spiega in poche parole: vivere la passione al massimo. Kubica fa una vita da pilota anni sessanta: niente mondanità, pochi lussi e il sacro fuoco della passione da “vivere” con ogni mezzo F1, rally e kart. Come la sua terra ha la capacità di risorgere da qualsiasi tragedia e anche questa volta c’è la farà. Forte, tenace e umile tornerà ad abbracciare il volante della sua Renault di F1 prima della fine dell’anno. Nelle corse i miracoli esistono, Rossi e Zanardi, ne sono illustri testimonial. Daniele Morelli, il primo che ha creduto in lui, è certo che tornerà prestissimo per finire il suo lavoro: diventare campione del mondo di F1.

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