Signor Le Mans

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Romano classe 1962, Emanuele Pirro ha soltanto 19 anni quando nel 1981 decide di partecipare in equipaggio con Beppe Gabbiani, ai tempi pilota Osella in Formula Uno, alla quarantanovesima edizione della 24 Ore di Le Mans sulla Lancia Beta Montecarlo numero 67 della Martini Racing, restandone a tal punto disgustato tanto da ripromettersi di non mettere più piede nel dipartimento della Sarthe in futuro. … quando lasciammo Le Mans sulla mia Polo grigia dicemmo proprio così: “Questo posto non ci vedrà più!” Quell’anno la nostra corsa durò poco, io rimasi in vettura solo un’ora, e credo di essere riuscito a fare solo un paio di rettilinei in pieno, il resto è stato […] un passare fra i detriti e a gente stesa per terra, fra i morti […] e i feriti. Fu un’esperienza agghiacciante (fonte “Autosprint”, n. 45, 4-10 novembre 2008). Ad aggiudicarsi la classicissima maratona francese fu Jacky Ickx al volante della fenomenale Porsche 936 numero 11, per intenderci un veterano della specialità giunto al quinto successo nella mitica 24 Ore, capace di riservare un po’ di gloria anche al fido britannico Derek Bell, al secondo centro personale sul circuito della Loira dopo quello del 1975, ottenuto sempre in coppia col pilota belga ma su Mirage GR8 nei colori della celebre Gulf Oil Corporation. A salvare la giornata della Martini Racing ci prova il trio composto da Michele Alboreto, futuro pilota della Ferrari in Formula Uno, dall’americano di Roma Eddie Cheever, ancora ben lungi dal divenire splendido quarantenne vincitore della 500 miglia di Indianapolis nel 1998, e dall’esperto meneghino Carlo Facetti, già campione Touring Car nel 1979, ottavi assoluti all’arrivo sulla Lancia Beta Montecarlo numero 65. La terza vettura preparata dal gruppo piemontese, all’epoca concorrente della Fiat, viene invece affidata a personaggi del calibro di Riccardo Patrese, agli inizi della sua interminabile carriera in Formula Uno, Piercarlo Ghinzani, successivamente riciclatosi come valido team manager e astuto scopritore di talenti, e Hans Heyer, tedesco di Monchengladbach con una spiccata predilizione per le touring cars, senza comunque ottenere miglior fortuna rispetto all’equipaggio Gabbiani-Pirro.

Decisamente la 24 Ore di Le Mans del 1981 non arride alla celebre multinazionale di alcolici, ma soprattutto viene ricordata, anche a quasi trent’anni di distanza, come una gara maledetta che portò alla morte lo sfortunato pilota Jean-Louis Lafosse, vittima di uno spaventoso incidente dalle parti del velocissimo rettilineo denominato Hunaudieres, a quanto pare per un improvviso cedimento di una sospensione verificatosi sulla sua Rondeau. Soltanto quattro anni prima, più precisamente nell’edizione del 1978, nel tratto della pista in cui perse la vita Lafosse, le Renault registravano punte di 362 chilometri orari. La situazione si fece sempre meno gestibile nel periodo immediatamente successivo, con l’introduzione a Le Mans dei prototipi di Gruppo C, veri e propri ‘mostri’ a quattro ruote che favorirono uno spropositato incremento di prestazioni nel rettilineo dopo la curva di Tertre Rouge. La giornata era già tragica: un paio di ore prima aveva perso la vita J.L. Lafosse, insieme a un paio di commissari di pista: Le Mans aveva reclamato e ottenuto altre tre vittime. Anche Boutsen aveva avuto un grave incidente. L’atmosfera era cupissima. […]… vedo nello specchietto che alle mie spalle sta arrivando Mamers […]. Conclusione inevitabile: mi centra sul lato sinistro. […] Due ruote non ci sono più, tocco l’asfalto con la scocca in alluminio, e così scivolo, restando al centro della pista, per più di 300 metri, finché mi fermo. […] L’atteggiamento di medici e infermieri non mi tranquillizza per niente. […]… buttano il mio casco vicino a quello di Lafosse, rimasto lì, aperto in due (fonte “Cavallo Pazzo. Una vita oltre il limite”, di Beppe Gabbiani e Paolo Gentilotti, Tip.Le.Co. – Piacenza). Alla fine il pilota emiliano, compagno di Pirro in quella disgraziata sortita alla 24 Ore più famosa e temuta del mondo, se la cava con un grande spavento, ma senza particolari conseguenze fisiche.

Torneranno entrambi a Le Mans, Beppe ed Emanuele, anche se non più sulla stessa vettura, perché il fascino della Sarthe ha qualcosa a che fare con il misterioso mal d’Africa che ti brucia dentro e non ti abbandona fino a quando la nostalgie des 24 Heures risulta insostenibile. Chiedere per conferma a Monsieur Henri Jacques William Pescarolo, un parigino dalla barba folta e dal piede pesante che provò l’ebbrezza di disputare una sessantina di Gran Premi in Formula Uno tra il 1968 e il 1976, arrivando poi a detenere il record di partenze a Le Mans, addirittura trentatré, sapientemente spalmate su di una carriera intimamente mai del tutto conclusa nonostante la carta d’identità riporti il 1942 quale anno di nascita. No, chi ha avuto il privilegio di poter dare del tu alle curve Dunlop, Tertre Rouge, Mulsanne, Indianapolis, affrontando il rettilineo Hunaudieres con la consapevolezza di giocarsi non solo la reputazione ma spesso anche la vita, prima o poi arriva seriamente a meditare su una possibile rentrée.

Emanuele Pirro l’ha fatto, nonostante una breve parentesi post 1981 che lo vide sgomitare nel Circus della Formula Uno su Benetton e BMS Dallara, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, con esordio nel Gran Premio di Francia del 1989 al Paul Ricard e un terzo posto soltanto sfiorato sul circuito dell’Hockenheimring. Partii 9° e risalii fino al 4° posto; stavo andando a prendere Mansell guadagnando su di lui. Se fossi arrivato 3°, magari la mia carriera avrebbe preso un’altra piega; invece andai a sbattere e finii anche in ospedale. Non rimpiango nulla, comunque, della mia carriera sportiva. Preferisco che sia andata così piuttosto che aver corso tanti anni in Formula Uno senza una vittoria, come è accaduto ad altri (fonte “Autosprint”, n. 45, 4-10 novembre 2008).

Sotto con il Superturismo Italiano, allora. Si segnalano due scudetti conquistati nel biennio 1994-1995 da pilota Audi e una puntatina in DTM nel 2004, quando ormai è già entrato nella storia della 24 Ore di Le Mans. Pirro e la Casa di Ingolstadt, un rapporto che inizia poco dopo l’addio del pilota romano alla Formula Uno, avvenuto nel 1991, ulteriormente rafforzato dai successi a ripetizione nella categoria riservata alle vetture a ruote coperte, fino alla personalissima decisione di ritentare l’avventura alla 24 Ore di Le Mans nell’edizione del 1998. … in 18 anni era cambiato tutto a livello di sicurezza. Quando l’Audi iniziò il progetto R8, vidi questa vettura crescermi intorno, come un abito cucito addosso. Anche il circuito era stato modificato […] (fonte “Autosprint”, n. 45, 4-10 novembre 2008).

Per Emanuele è amore a seconda vista. Nell’arco di undici anni, dal 1998, quando sperimenta Le Mans al volante della McLaren F1 GTR lasciandosi finalmente alle spalle i fantasmi dell’esordio, al 2008 compreso, Pirro non si perde un’edizione. Nel 2000 arriva il primo successo nella 24 Ore della Sarthe e nei successivi due anni nessuno lo ferma più. Di nuovo vincitore nel 2001, il tris non si fa attendere e giunge puntuale nel 2002, con tanto di simpatica pantomima al traguardo, una sorta di dedica paterna agli eredi Cristoforo e Goffredo. Tra il 2003 e il 2005 Emanuele sembra voler staccare dal gradino più alto del podio della Sarthe, intanto però ne approfitta per far suo il campionato American Le Mans Series in attesa di tornare in vetta nella maratona francese con due perentorie affermazioni (2006-2007). Cinque successi alla 24 Ore nelle ultime nove edizioni, indubbiamente un notevole bottino per un pilota nato formulista, convertitosi definitivamente alle vetture Superturismo e Prototipi dopo la breve esperienza nel Circus.

Oggi Emanuele Pirro è l’italiano più vittorioso nella classicissima della Loira, anche se il connazionale Rinaldo Dindo Capello, forte di tre successi, potrebbe essere sulla buona strada per raggiungerlo. Resta tuttavia inavvicinabile per chiunque, anche se i record sono fatti per essere battuti, lo strabiliante primato del danese Tom Kristensen, otto volte vincitore a Le Mans, ma in fondo questo poco importa dal momento che Pirro assomma nel suo prestigioso curriculum altri due trionfi di lusso, segnatamente 24 Ore di Daytona 1981 (su Lancia Beta Montecarlo!) e 24 Ore del Nurburgring 1989. Sul finire del 2008, all’età di 46 anni, l’inossidabile Signor Le Mans decide di svestire i panni di pilota Audi nei Prototipi per concentrarsi su nuovi obiettivi. Giusto per non perdere le buone abitudini, nel 2009 disputa una gara a Vallelunga in Porsche Cayman Cup, quindi torna a cimentarsi al volante di una vettura costruita a Ingolstadt portando al debutto la R8 GT3 nella 24 Ore del Nurburgring, in equipaggio con Frank Biela, Marcel Fassler e Hans-Joachim Stuck. E la 24 Ore di Le Mans? Lo squadrone Audi ha almeno in parte rinnovato il parco piloti nell’assalto alla maratona francese in programma il prossimo 13-14 giugno, ma la scelta compiuta da Pirro di abbandonare la compagnia era già nell’aria da tempo. In mancanza di esplicite dichiarazioni del diretto interessato, risulta attualmente difficile stabilire con certezza se la storia d’amore tra il pilota romano, abitualmente ‘scortato’ dalla moglie Marlene nelle sue trasferte alla Sarthe, e il celeberrimo circuito della Loira, possa dirsi conclusa, il punto è che in ogni caso bisognerà sempre fare i conti con quell’imprevedibile fattore definito qualche riga sopra nostalgie des 24 Heures

Ermanno Frassoni

www.frassoni.com/angolo.htm

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