“La Gara Della Mia Vita”: Gerard Ducarouge

copia-di-1977_ducarouge_swedish_grand_prix1 "La Gara Della Mia Vita": Gerard Ducarouge

Jacques Laffite – Gran Premio Svezia Anderstorp- 17 Giugno 1977

La gara che porto nel cuore? Avrei risposto Argentina 1979 a Buenos Aires se non fosse che Jacques avesse già trionfato in un gran premio di Formula Uno.

Allora andiamo a ritroso nel tempo, precisamente due anni prima, nel 1977. Svezia, Anderstorp. Quella fu la mia prima vittoria in cui ebbi un ruolo da assoluto protagonista. Mi ero lanciato nell’avventura chiamata “Ligier”, una scommessa tutta da portare avanti, dopo anni di militanza in Matra. Quella Ligier portava ancora qualcosa del mio passato con sè, il motore era di marca “Matra” appunto, ed era un potente V12. Il fine settimana svedese non era stato dei migliori. Al tempo tutti montavano le Goodyear, e per qualche strana ragione non riuscivamo a capire il perchè delle nostre prestazioni non al pari di quelle degli altri. Non eravamo abbastanza veloci , e Laffite era alquanto contrariato. Ripeteva continuamente, rinfacciandocelo, che la vettura non era a posto in questo e in quello. Mi ricordo bene quella domenica, cosi’ come ho stampato nella mente le ore che precedettero quella giornata, quelle del sabato notte.  Le qualiche non ci avevano regalato forti emozioni , non avevamo fatto un tempo eclatante, e fu cosi’ che ci ritrovavamo in una posizione scomoda, lontani dai primi della classe.  Neanche lontanamente ci aspettavamo un ribaltone. Nei box , Jacques ci ordinò – “Non voglio che modifichiate assolutamente alcun particolare della mia vettura, tanto non andremo ugualmente da nessuna parte. Datele una ripulita e basta, perchè è inutile lavorarci su. E’ tempo perso”- E questo è stato tutto ciò che ci disse. Poche parole, taglienti e concise. Rappresentava una sorta di summa del pensiero comune nell’ambiente della squadra,  Laffite aveva avuto il coraggio di riassumere in maniera impeccabile  quello che ciascuno di noi aveva in mente  le stesse che nessuno aveva intenzione di espletare pubblicamente. Al tempo eravamo un piccolo team che non viveva di grosse pretese e aspettative: avevamo di fronte alcuni mostri sacri come Ferrari, la Lotus, giusto per dirne alcuni, e poi tanti altri.

Mi misi a riflettere sulle parole del francese. Aveva detto testualmente – “Non cimentatevi in alcun tipo di lavoro su questa vettura , è soltanto una perdita di tempo, perchè per quanto possiate lavorarci su la macchina è un bidone di per sè”. Poi mi ripresi dal terpore e mi rivolsi ai meccanici- “Datele giusto una veloce ripulita che facciamo i bagagli perchè per oggi abbiamo chiuso. Ritorniamo all’hotel”. Ci mettemmo in viaggio  dal circuito fino all’albergo in cui alloggiavamo. Erano  le sei pomeridiane.  Lo stesso hotel poi non era un granchè, anche perchè non si poteva definire tale, visto che si trovava in una piccola cittadina alquanto sperduta e collegata in maniera pessima con il resto dei territori limitrofi.

Poi venne il giorno successivo, la domenica della gara. Potevamo disporre di pneumatici nuovi. D’improvviso la situazione si capovolse, e dalla polvere in cui versavamo nel giorno precedente, sembravano essere passate settimane di lavoro incessante: era cambiata del tutto la musica! Jacques iniziò la sua domenica in grande stile con il miglior tempo nel warm up. La vettura era inspiegabilmente veloce , affidabile e ben bilanciata, ed il francese prestante come non mai. Il bello è che non riuscivamo a dare una spiegazione razionale a tutto questo!  Non avevamo toccato minimamente il set-up ed avevamo seguito alla lettera gli ordini di Jacques: aveva detto di darle una mano di lucido e questo ci eravamo limitati a fare. In quell’occasione quasi tutti convenimmo che fosse una questione di pneumatici. Questi facevano il loro lavoro egregiamente.  Alla fine delle prove del mattino ci sentivamo in gran forma ed il pilota era molto soddisfatto. Eravamo fiduciosi per la gara , nella quale ripiegavamo molte speranze. Tradotto, puntavamo al piazzamento ed ai punti, non certo alla vittoria che già allora ci sembrava fuori dalla nostra portata.

Si diede il via alla gara. Jacques partiva molto indietro, e sotto gli occhi increduli di tutti recuperava molte posizioni in cosi’ poco tempo che ci sembrava stesse spingendo anche al di là del necessario. O meglio per andare a punti serviva una gara come quella che effettivamente stava portando avanti il francese, al contrario con un’ andatura blanda  o meno veloce, anche di poco, non potevamo aspirare a quel che era nei nostri desideri. D’altra parte temevamo il peggio. La nostra vettura dopotutto non era un mostro di affidabilità ed anche Laffite rischiava volendo strafare,  sforzando troppo la JS7.

Giro dopo giro si avvicinava alla vetta, superando piloti ben più quotati. E come avanzava! Approfittava si  degli errori altrui, però era molto bello vederlo lottare al pari degli altri, mettendo pressione a piloti più esperti o su vetture maggiormente prestanti. La maniera e la velocità in cui impostava l’azione preparatoria con la messa in pratica  del sorpasso stesso ci lasciava senza fiato. Veloce, aggressivo, freddo.  Correva in perfetta simbiosi con l’asfalto del tracciato, ritrovandosi ben presto in seconda posizione. Non ci credevamo neanche noi. Non era possibile essere arrivati cosi’ in alto. Eppure non era un sogno. Bisognava continuare a sperare d’ora in poi, una delusione sarebbe stata cocente.

Al comando c’era Mario Andretti , il nostro alfiere era in ritardo di circa venti secondi e nonostante il divario proibitivo, continuava a rosicchiare sempre di più non solo in termini di decimi, ma anche di secondi a giro. C’era però qualcosa che ci impediva di gioire a fondo, e non ci lasciavamo andare all’euforia della rimonta, ormai resa impossibile dal fatto che la gara sarebbe finita di li’ a poco. C’erano anche i doppiati da passare, e del tempo sarebbe stato lasciato indietro in quelle manovre di traffico. Verso la fine eravamo ancora li’ a lottare per mantenere la posizione, e Mario era ancora al comando. In seno ai miei pensieri prendeva posizione l’idea  che Jacques si sarebbe dovuto  accontentare, e che tanta parte dei nostri desideri erano già stati esauditi, quasi miracolosamente oserei dire. D’altronde era molto improbabile in condizioni normali riprendere l’italo-americano, e poi mettersi in scia. Figuriamoci poi sopravvanzarlo. Il pilota della Lotus era molto veloce in quello stint di gara, altro punto a nostro sfavore.

Perdere una gara per la causa più paradossale che possa capitare, è piuttosto deprimente. E’ quello che accadde al nostro avversario. Rimase a secco di carburante a tre giri dal termine, Jacques lo sfilò e fu la sua prima bandiera a scacchi da primo della classe. Tutti noi eravamo raggianti dalla contentezza. Era successo qualcosa di incredibile, e se penso alle parole dure del pilota appena un giorno prima , mi rendo conto di quanto sia stata inaspettata questa vittoria assolutamente fuori dalla nostra portata. Se fosse stato per lui la macchina sarebbe dovuta bruciare nel fuoco in quanto “vero rottame” . Quel sabato , anche prima delle dichiarazioni post-qualifica, diede molti appellativi poco lusinghieri a quella vettura che lo aveva portato sulla strada del primo alloro. Anche le espressioni colorite non mancarono. Era la prima vittoria di un motore di una  casa francese, di una scuderia sempre di questa nazionalità, ma ironia della sorte , non c’era alcun giornalista transalpino ad assistere all’evento. Eravamo ad Anderstop, c’erano state delle problematiche logistiche ed altre di vario ordine ed era stato sconveniente fare il viaggio fino in Svezia per molti giornalisti. Addirittura noi ci trovavamo in difficoltà. E  nessuno avrebbe scommesso un centesimo su di noi. Eravamo felici come pazzi e non potevamo  far partecipi il nostro paese di questa gioia! Che beffa del destino!  Ci prese di sorpresa questo particolare, ma passava in secondo piano data la situazione di felicità collettiva. Venimmo ben ricompensati  in seguito degli onori di cui eravamo stati privati . Ci fu una festa in un locale notturna nei Campi Elisi in Francia, e radunammo chiunque dello staff. La notte della celebrazione in quell’occasione fu lunga e si protrasse fino al mattino successivo , proprio come quella della domenica del dopo gara. Mi ricordo che Jacques sostò a lungo , più del tempo necessario, per  espletare i suoi bisogni personali…

MN

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