Mike Hawthorn, l’ultimo giorno di “bad boy”

22-1-1959 – 22-1-2009  50 anni dalla morte di Mike Hawthorn.

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John Michael Hawthorn, detto “Mike” ha segnato un punto di confine nella storia della Formula 1 e, più in generale, delle corse automobilistiche.
E’ stato il primo Campione del Mondo inglese, o se preferite, il primo inglese a diventare Campione del Mondo.
Lui lo avrebbe preferito, perchè essere inglese era senz’altro la cosa che preferiva.
E’ stato anche l’ultimo pilota di primo livello, ora si direbbe “top driver”, a indossare un giacchetto e l’inseparabile farfallino, ed al tempo stesso uno dei primi, se non il primo in assoluto, ad abbandonare gli occhialoni per l’avveniristica visiera in plexiglass.
Mike Hawthorn è stato capace di suscitare, in uguale misura, ammirazione e risentimento, è stato un personaggio controverso cui sono state attribuite pesanti responsabilità in incidenti fatali, ma anche uno dei piloti più veloci nel periodo più critico per la sicurezza di piloti e spettatori nella storia delle gare automobilistiche.
A creare questo alone sinistro attorno al suo nome ha contribuito, senza dubbio, anche la sua prematura scomparsa sopravvenuta per un incidente automobilistico pochi mesi dopo la conquista del titolo mondiale piloti e l’annuncio del suo ritiro, non ancora trentenne, dalle corse.
In un certo senso era però morto correndo.
Al Guilford bypass, non a Silverstone, mentre con la sua Jaguar 4,2 targata VDU881 era in piena bagarre con la Mercedes di Rob Walker.
Un testimone parlerà di un tentativo di sorpasso finito male, l’ipotesi di una sfida spontanea fra due giovanotti ricchi ed annoiati per cui motori potenti ed asfalto viscido costituivano un irresistibile richiamo, risulta accettabile per tutti.
Amici e nemici.
Per i primi è nello stile di Mike, morto com’era vissuto, per gli altri è la conferma che Mike Hawthorn era un pericolo sulla strada come lo era stato in pista.
Di tutte le auto che aveva guidato quella Jaguar, la VDU881, era quella che Mike aveva amato di più, quella che conosceva meglio.
La chiamava “Merc-heater” (letteramente mangia-Mercedes) perchè aveva vinto  tante sfide a Goodwood contro le 300 SL, sfide nelle quali vinceva solo chi teneva il piede più giù perché le differenze erano spesso minime, le prestazioni molto più livellate che nelle gare Sport o in Formula 1.
La dinamica dell’incidente è stata sviscerata con puntiglio, le cause chiare fin dall’inizio: velocità elevata, asfalto insidioso per la pioggia, un albero su cui la Jaguar si era accartocciata anziché volare nel prato e lasciare a Mike Hawthorn una possibilità.
Rob Walker fu subito sollevato da ogni addebito: non si indaga volentieri sull’erede di una casa produttrice di un Whisky nel quale l’unica cosa storta è l’etichetta.
Neppure in Inghilterra.
E forse anche Mike, tutto sommato, avrebbe preferito così.
Non era stato un tipo facile Mike Hawthorn.
Nel mondo delle corse, scomparso suo padre, non aveva avuto amici eccezion fatta per Peter Collins, col quale era diventato inseparabile.
Era stato scoperto da Tony Vandervell che l’aveva suggerito a Enzo Ferrari.
Qualcuno dice imposto: o fai provare questo ragazzo, oppure non ti fornisco più le mie bronzine per i tuoi preziosi motori.
Sembrava il solito raccomandato, ma bastarono pochi giri all’Aeroautodomo di Modena, perché superasse l’esame più duro, quello dei meccanici che lo ribattezzarono “piombon”.
Quando aveva sconfitto Fangio a Reims anche gli altri avevano capito che era qualcuno.
Mike però aveva l’arte di complicarsi la vita e voleva correre con un’auto inglese.
Con la Vanwall fu l’unico a cavare qualcosa di buono, mentre con la Jaguar, nelle gare sport, andava forte.
Anche troppo.
C’è purtroppo il suo zampino nella tragedia di Le Mans, nel ’55.
Taglia improvvisamente la strada alla Healey di Lance Macklin per rientrare ai box  innescando la carambola che costerà la vita a Pierre Levegh ed a ottantatrè spettatori.
Sono in molti a puntare il dito, fra quelli che non lo accusano c’è però Fangio, sfuggito per un soffio alla tragedia.
L’anno dopo al Nurburgring butta fuori pista Musso che esce vivo per miracolo dalla su Ferrari capovolta dopo un contatto con la Type D di Hawthorn, ma s’infortuna seriamente.
Quel giorno non s’incrina solo il bacino del povero Musso ma anche il rapporto fra i due.
L’inglese viene isolato dall’ambiente: al Gran Premio di Germania di quell’anno, sempre al Nurburgring, nessuna Compagnia Assicurativa è disposta a sottoscrivere una polizza se Hawthorn prende il via e gli organizzatori lo lasciano a piedi.
Esagerazione ?
Persecuzione o doverosa precauzione ?
Sono interrogativi che non hanno mai avuto risposta.
Mike Hawthorn ritorna a Maranello, forse perché sembra che nessuno lo voglia più e Ferrari vuole essere diverso.
Ferrari è diverso e quell’inglese, ghiaccio e fuoco, è quello che gli serve per mettere il pepe nella sua squadra.
Non solo: Hawthorn, il reietto, prende il posto di Fangio, il mito.
Dovesse vincere al Drake non farebbe certo dispiacere dimostrare che con le sue macchine Hawthorn o Fangio non fa differenza.
A Maranello ritrova Peter Collins, ma anche Luigi Musso.
Con quest’ultimo non c’è buon sangue, l’incidente del Nurburgring e   nell’ambiente gira insistente la voce che nelle corse sport Hawthorn e Collins, “gli inglesi” come li  chiamano in Ferrari, fanno cassa comune con i premi, penalizzando i loro compagni di squadra italiani che raccolgono le briciole.
Vanno forte, però.
Solo a Montecarlo sfidano la pazienza di Ferrari quando escono di scena per un incidente sul lungomare ed entrambe  le loro monoposto risultano seriamente danneggiate.
Il ’58 è l’anno decisivo: Peter Collins, Mike Hawthorn, Luigi Musso e Stirling Moss.
In palio l’eredità di Fangio che, dopo aver conquistato il quinto titolo di  Campione del Mondo, ha annunciato  il suo prossimo ritiro.
I primi tre corrono con la Ferrari, la rivalità è fortissima: Musso accusa la squadra di favorire “gli inglesi” ed a Reims arriva la tragedia.
Dopo pochi giri del Gran Premio di Francia Hawthorn è in testa e Musso è secondo quando l’italiano esce di pista nella curva più veloce del circuito e muore qualche ora dopo in ospedale senza aver ripreso conoscenza.
Ancora Hawthorn, quasi fosse Mackie Messer, è lì.
Forse non ha colpe, ma qualcuno ricorda la 1000 Km del Nurburgring di due anni prima, la sua manovra che aveva buttato fuori la Ferrari di Musso.
In Ferrari lo difendono, ma lui e Collins la sera in cui muore Musso vengono visti ridere e giocare a calcio con una lattina di birra nel piazzale dell’ospedale.
Hawthorn si chiude in se stesso, non reagisce alle insinuazioni anche pesanti, pensa al Mondiale che è insidiato da Stirling Moss con la Vanwall sulle quali vanno forte altri due giovanotti inglesi: Lewis-Evans e Brooks.
L’amicizia con Collins diventa la sua fortezza.
Sono sempre più complici, dentro e fuori della pista.
A Le Mans, quando Gendebien e Phil Hill erano troppo lontani per essere raggiunti, i due avevano bruciato volontariamente la frizione della loro “Testa Rossa” per tornare prima in Inghilterra
Questo almeno è quello che era stato riportato ad Enzo Ferrari che, per usare un eufemismo, non aveva gradito e che li aveva fatti correre in coppia su richiesta di Musso per evitare il giochetto dei premi.
Enzo Ferrari aveva dedicato loro una delle sue leggendarie sfuriate, e loro avevano capito che il vento poteva cambiare.
L’ambiente, dopo Reims, è ancora più teso.
Al Gran Premio di Germania un’altra tragedia colpisce la Formula 1 e stavolta direttamente Mike: al Pflantzgarden la Ferrari di Peter Collins, che segue da vicino la sua, vola tra gli alberi.
Peter Collins muore e Mike si ferma qualche giro dopo, ufficialmente per un guasto che nessuno trova.
E’ distrutto.
Corre ancora per il Mondiale con Moss, ma non sorride più.
All’ultimo Gran Premio, a Casablanca, il titolo diventa suo.
Per un punto.
Vince Moss, lui è secondo grazie anche al compagno Phil Hill che gli cede il passo, e di fatto il titolo, sottraendolo a Moss.
Non è una vittoria felice, però: Lewis-Evans è stato vittima dell”ennesimo incidente di una stagione maledetta ed è gravemente ustionato.
Quando muore, in Inghilterra dove lo hanno trasportato per tentare quello che in Marocco era impossibile, Hawthorn annuncia il suo ritiro dalle corse: non ha ancora compiuto trent’anni.
E non li compirà mai: il 22 gennaio 1959, al Guilford bypass, compie l’ultima manovra che gli altri sapranno giudicare negativamente.

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